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La destra italiana e il M5S portano Mario Draghi. autunno

Tre partiti al governo hanno rifiutato di dare la loro fiducia al primo ministro italiano in una votazione al Senato mercoledì, costringendolo a lasciare il potere.

A Roma

È un dramma di potere in più atti che si è svolto in pochi giorni a Roma. Da allora le dimissioni di Mario Draghi una settimana fa, rifiutata dal Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che poi gli ha chiesto di venire a spiegare in parlamento il 20 luglio e gli ha chiesto di chiedere la fiducia, l’Italia è stata sospesa dal chiedere se il governo Draghi andrà avanti di poter continuare il suo lavoro fino alle prossime elezioni della primavera del 2023. Oppure se gli italiani, per confermare le sue dimissioni, sono chiamati ai primi di ottobre a anticipare le elezioni, sette mesi prima del previsto, quando sette su dieci la legislatura voglio finire.

La preoccupazione è stata così grande che ha suscitato chiamate non solo dalle cancellerie europee, ma anche da tutta Italia. Tra cui, per la prima volta nella storia, quasi 2.000 sindaci, di tutte le tendenze, hanno espressamente chiesto a Mario Draghi di restare.

Mentre mercoledì mattina sembrava essere stato raggiunto un accordo tra i partiti di maggioranza per mantenere il governo Draghi, senza il Movimento 5 Stelle (M5S), responsabile della crisi, la folle giornata ha dato una nuova svolta: ci si aspettava di ricevere un ultimatum dal M5S; è però il centrodestra che, offeso dalla durezza del discorso del Presidente del Consiglio nei suoi confronti, ha posto le sue condizioni per dargli il suo appoggio. Infine, la destra e il cinque stelle si sono astenuti al voto di fiducia e Mario Draghi ieri sera si è recato al Quirinale per confermare le sue dimissioni.

Per cinque giorni, Mario Draghi, determinato a dimettersi il 14 luglio, ha guardato per 15 minuti “gesto politico importante” per darti la possibilità di cambiare idea. Voleva la conferma di essere sostenuto da una larghissima maggioranza che andava da destra a sinistra. E si attendeva un impegno formale delle parti a proseguire l’azione avviata 17 mesi fa. A parte il Pd e i centristi, alleati infallibili di Draghi, né la Lega e il suo alleato Forza Italia né il M5S avevano scoperto ieri mattina le loro carte. Ciascuno ha affermato di essere in attesa del discorso di Draghi al Senato per decidere.

“La voglia di andare avanti insieme è svanita”

Ma è la rabbia che emerge nella voce di Mario Draghi quando si rivolge agli eletti. Ricorda l’enorme lavoro svolto negli ultimi diciassette mesi: Il merito di questi risultati va a te, grazie alla tua disponibilità a mettere da parte le tue differenze ea lavorare per il bene del Paese… L’Italia è forte quando sa unirsi.»

” Purtroppolui spiega, Nel corso dei mesi, con la distanza tra le parti e le loro divisioni… è svanita la volontà di andare avanti insieme, e con essa la capacità di agire con efficacia.» Ci crede“Ignorare il rifiuto di votare la fiducia del M5S… equivarrebbe a ignorare il parlamento”. Tuttavia, aggiunge per mettere in guardia la Lega: “Non possiamo aggirarlo, perché chiunque potrebbe farlo di nuovo. »

E Draghi sceglie di non mettere a tacere nessuno dei sudditi arrabbiati, additando direttamente i responsabili della divisione: “Le riforme del Consiglio supremo della magistratura, del catasto e delle concessioni balneari hanno mostrato che la maggioranza della popolazione sta progressivamente vacillando nell’ammodernamento del Paese. » Tanti i provvedimenti che hanno minato gravemente il M5S e la Lega. Anche lui li odia “tentativi di indebolire gli aiuti di Stato all’Ucraina, di indebolire la nostra opposizione al piano del presidente Putin”“. Infine, ricorda i requisiti della Lega, di cui: “La richiesta di un indebitamento continuo è cresciuta in un momento in cui la necessità di garantire la sostenibilità del debito era maggiore.“. Sottolinea le incongruenze del M5S. Non risparmia nessuno tranne il Pd, che non ha mai messo in dubbio la sua fiducia. E annuncia il colore: ha in programma di attuare tutte le riforme, comprese le più impopolari, come la messa in discussione delle concessioni via mare o la liberalizzazione dei taxi, che la Lega combatte da diversi mesi.

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“Ricostruzione di un patto”

Alla fine, però, Mario Draghi tende una mano a tutti: “L’unico modo, se vogliamo ancora restare uniti, è ricostruire questo patto da zero, con coraggio, altruismo e credibilità. » Chiede una larga maggioranza, senza definirla. Il suo nuovo programma, di cui delinea i punti salienti, “Serve un governo davvero forte e coerente e un parlamento che lo guidi con convinzione”. “L’Italia non ha bisogno di una fiducia estetica, che scompare con misure maldestre. Serve un nuovo patto di fiducia, sincero e concreto, come quello che finora ci ha permesso di cambiare in meglio il Paese. »

Infine, li confronta con le loro responsabilità e li sfida: I partiti e voi parlamentari siete pronti a ricostruire questo patto? Sei pronto a confermare questo sforzo che hai fatto nei primi mesi e poi è svanito? Siamo qui oggi, in questo emisfero, perché e solo perché ce l’hanno chiesto gli italiani. Non devi darmi la risposta a queste domande, ma devi darla a tutti gli italiani. »

Ma dopo il discorso, è lo scontro: la Lega si astiene dall’applaudire. Il suo leader, Matteo Salvini, che non amava il tono duro del presidente del Consiglio e le accuse di cui era stato preso di mira direttamente, ha impedito alle sue truppe di mostrare sostegno. I vertici della destra si incontrano a Silvio Berlusconi, in via Appia Antica, a sud di Roma, per discutere la risposta da dare. E si dice che il diritto rifiuterà di fidarsi di lui. “È il giorno del giudizio” dice in catena il senatore leghista Maurizio Lupi. Dice ad alta voce ciò che tutti stanno pensando in silenzio: “Questo Parlamento può ancora lavorare insieme? », mentre nessuna comunità di opinione emerge dalle dichiarazioni dei senatori.

Sarà importante identificare coloro che hanno causato una crisi in modo totalmente irresponsabile

Stefano Ceccanti, parlamentare e costituzionalista

Il leader del girone leghista, Massimiliano Romeo, con un intervento molto virulento, lancia un ultimatum diretto a Mario Draghi: chiede un “governo di discontinuità”, senza il M5S, completamente rinnovato e su un nuovo programma d’azione. E propone di rimanere in carica fino all’arrivo di un nuovo governo dopo le elezioni. Poco dopo, la pubblicazione di una risoluzione del centrodestra conferma che questa è davvero la posizione della destra, anche se i ministri di Forza Italia sono contrari all’ultimatum. E che voterà solo per la sua risoluzione, e non per altre. Quindi a destra sta scorrendo. La tensione è estrema e Draghi esce dall’emisfero. E Palazzo Chigi lascia filtrare che Draghi è un radicale che non si oppone alle rivendicazioni della destra. Non prenderà una decisione fino a quando i parlamentari non voteranno le risoluzioni.

Dopo numerosi interventi di senatori, a fine pomeriggio Mario Draghi dà la sua risposta. È breve. È teso e fornisce solo poche risposte alle critiche dei vari senatori. Ma lo riassume: Avrei potuto confermare le mie dimissioni senza votare. Ma la mobilitazione senza precedenti dell’intero Paese mi ha costretto a proporre un patto di maggioranza.» E chiede loro di votare per la fiducia alla risoluzione del senatore Casini, chiedendo a Draghi di continuare il suo mandato. “Se ritiriamo la fiducia, niente sarà più come prima”, ha avvertito Matteo Renzi, avvertito dell’esplosione di destra e di sinistra.

Le parti hanno attraversato il Rubicone. Sergio Mattarella non ha scelta: scioglierà la Camera e indicherà le elezioni per il 2 ottobre. Se tutti si astenessero dall’assumersi la responsabilità della caduta del governo, sarà importante identificare coloro che hanno causato una crisi in maniera del tutto irresponsabile”.ha notato il costituzionalista Stefano Ceccanti.


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